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Diario


15 novembre 2009

IL PERCORSO DEL RISPETTO: OPPORTUNITA’ PEDAGOGICO-CLINICHE

  “Il percorso del rispetto: opportunità pedagogico-cliniche” è stato il tema trattato a Matera, il 10 novembre scorso, dalla sezione cittadina della FIDAPA  (Federazione Italiana Donne Arti Professioni Affari), in cui sono intervenute le pedagogiste cliniche Rossella Tedeschi e Patrizia Napoletano.

    Il tema del rispetto, proposto a livello nazionale per il 2009/11 dalla FIDAPA, ha sollecitato  una riflessione su varie questioni che ruotano intorno alla molteplicità dei ruoli che oggi la donna è indotta ad assumere sia nel privato che nel pubblico ed alle conseguenti responsabilità.

   La donna, oggi, non solo resta depositaria dei valori che sono a fondamento della coesione familiare e sociale, ma è anche chiamata ad essere soggetto attivo del cambiamento e del superamento della crisi socio-economica. Il suo ruolo risulta decisivo, ma molto complesso, perché dovrà porsi come ideatrice di soluzioni creative ai problemi dell’attuale società. Il cambiamento non potrà prescindere dalla legalità, dalla condivisione, dalla dialogicità e dalla libertà di coscienza; non potrà prescindere, dunque, da una rinnovata coscienza femminile.

   Da qui la scelta della FIDAPA di Matera di introdurre nel proprio programma di attività l’attuazione di un progetto pedagogico-clinico destinato alle socie, finalizzato  all’approfondimento dell’essere donna e persona, alla valorizzazione delle singole specificità e  individualità, al potenziamento delle capacità relazionali all’interno del gruppo.  

   Il progetto, redatto e condotto da Rossella Tedeschi e Patrizia Napoletano, avrà inizio nel gennaio 2010.


20 aprile 2009

LO STRESS DEL BAMBINO E DELL'ADOLESCENTE

di Claudio Rao


Al lettore attento non sarà sfuggito il mio interessamento alle problematiche della persona direttamente o indirettamente legate al fenomeno dello stress (Cfr articolo sul n°17 di Pedagogia Clinica).
In effetti, in diversi anni di attività come presidente dell'Associazione belga, collaboratore di Gestalt-terapeuti e psicoterapeuti specializzati nel gioco della sabbia, ma anche come pedagogista clinico in seno all'équipe di neuropsichiatria infantile della Clinica St. Jean di Bruxelles e, non ultimo, come docente di Scuola primaria, ho raccolto ed elaborato diverse osservazioni alcune delle quali vorrei qui sinteticamente condividerne alcune, particolarmente significative, con colleghi e lettori.
Da qualche anno ormai, in Belgio come in Italia, medici, pediatri, neuropsichiatri, ma anche psicologi e psicoterapeuti, e - naturalmente - noi pedagogisti clinici riceviamo in consultazione soggetti in età evolutiva ansiosi e fortemente inquieti fronte alle pressioni esercitate dai sistemi scolastici e sociofamiliari.
Ragazzini che possono mostrarsi aggressivi, violenti o depressi. E che manifestano una scarsa autostima.
Ad un'analisi più dettagliata, molti di loro temono le situazioni in cui vengono giudicati o valutati come, per esempio, una verifica. Altri si sentono a disagio con i propri compagni e coetanei, sono timidi e temono di essere oggetto di burle.
Il fenomeno dello stress accomuna allievi diversi aventi risultati scolastici diametralmente opposti. Se è chiaro infatti che una buona dose di stress (positivo - o ben gestito come spiegavo nel mio precedente articolo) è indispensabile per ottenere buoni risultati, anche la gestione delle conseguenze dei « brutti voti » genera stress.
Dall'alba dei secoli infatti l'uomo è programmato per sopravivere di fronte alle minacce ambientali, ai pericoli che ne minacciano la sua integrità fisica. E pur non conoscendo l'uomo preistorico, possiamo ragionevolmente ipotizzare che anch'egli abbia reagito con il fight or  fly (l'attacco o la fuga) che dobbiamo allo stress!
« Per riuscire bene nelle verifiche non devo studiare bene la lezione... E' pazzesco! - mi spiegava Davide, 11 anni (*)  - Se la so bene sono troppo sicuro di me e faccio degli errori stupidi. Ma se non l'ho studiata, sono cosí teso e ho cosí paura che mi ricordo tutto quello che la maestra ha spiegato in classe! ».
Se l'evento scatenante questa sana « sindrome generale d'adattamento » persiste nel tempo, l'iperstimolazione iniziale sembra attenuarsi, mettersi in stand by.
Cosí Camilla, 9 anni: « Il giorno prima di una verifica, ho talmente paura che non riesco a dormire. E non ti dico come mi sento prima che incominci la prova! Ma quando il maestro incomincia a parlare, ho meno paura e sono sempre più attenta. E quando è tutto finito non ti dico che sollievo!!! C'è una grande differenza dalla paura di prima e il sollievo di dopo...! »
Il caso di Jennifer, mi ha particolarmente intrigato. E penso possa stimolare utili riflessioni in noi, professionisti di aiuto alla persona.
A 10 anni la ragazzina presenta un comportamento particolarmente aggressivo. Ha una storia
caratterizzata da difficoltà di adattamento all'ambiente scolastico. Conflittuale già con la maestra della scuola dell'infanzia: la bambina non capiva le consegne, si lamentava e si rifiutava di partecipare; l'insegnante la umiliava pubblicamente sia verbalmente che fisicamente cercando di isolarla socialmente dal resto della sezione. Solo quando alla fine dell'anno scolastico la maestra ha sollecitato la segnalzione del caso alla neuropsichiatria infantile, i genitori hanno potuto ricostruire il suo sofferto percorso iniziatico.
La prima primaria ebbe un inizio doloroso: la bambina non voleva recarsi a scuola, si isolava e piangeva durante gli intervalli. Attraverso questi atteggiamenti, Jennifer scoprí di attirare l'attenzione suscitando interesse e compassione.
Dotata di fertile immaginazione, si è rapidamente creata una storia immaginaria in cui era una povera orfana, vittima di abusi e maltrattamenti. Se i compagni furono soggiogati dalla sua personalità e passarono gli intervalli ad ascoltarla, farle regali, offrirle merendine, anche i servizi sociali territoriali finirono per interessarsi al suo « caso ».
Quando la verità venne a galla, peró, le cose cambiarono e Jennifer fu vittima delle conseguenze del suo gioco.
I suoi comagni finirono per isolarla, considerandola una bugiarda, escludendola anche aggressivamente dai giochi e insultandola. Bruno, in particolare, un bambino noto per i suoi atteggiamenti violenti, durante le ricreazioni in cortile, la isolava e la picchiava.
Per quanto Jennifer potesse riferire agli adulti, questi ultimi non le davano credibilità a causa delle storie che aveva raccontato in passato.
Dopo circa un paio d'anni, Bruno propone a Jennifer uno scambio: non l'avrebbe più picchiata se lei avesse «rubato» per lui. Dapprima soldi, a casa, in seguito gli effetti personali dei proprî compagni di classe.
Rapidamente scoperta, Jennifer diventa un caso, un concentrato di diversi comportamenti devianti, considerato particolarmente grave dagli addetti ai lavori.
Quando giungerà nello studio di una collega specializzata in neuropsichiatría (con cui poi ho condiviso il caso per qualche settimana), la ragazzina era passata dalla fase di vittima a quella di aggressore. Bulimica, era notevolmente ingrassata e, avendo ripetuto l'anno, era diventata una delle più grandi della sua classe.
Oltre a Bruno del quale si era ampiamente vendicata, ne faceva le spese chiunque non volesse giocare con lei o non la rispettasse: ivi compresi gli insegnanti a cui venivano proferiti insulti anche molto coloriti.
Quello che era avvenuto era che, dopo essere stata sottomessa ad eventi stressanti durante cinque anni, Jennifer - che non aveva alcuna pedisposizione allo stress - aveva elaborato un aggiustamento alle circostanze, un comportamento di adattamento per fronteggiare come poteva l'aggressività ambientale.
Altro caso emblematico mi pare quello di Leonardo, 11 anni.La mamma esordisce con un «Dottore, mi aiuti lei, io non so più che fare: mio figlio non riesce a concentrarsi nelle sue lezioni di solfeggio! La professoressa dice che pensa solo a giocare e a distrarsi» Dopo una rapida indagine scopro che Leo, che va a lezioni di pianoforte già da tre anni, è più impegnato di un dirigente d'azienda!
Il lunedí dopo la scuola va a lezione di piano: tre ore, tra solfeggio e pratica. E mediamente si allena al piano per tre quarti d'ora al giorno. Il martedí ha lezione di scacchi (« Sa, lui adora giocarci con suo padre...!»). Il mercoledí va a catechismo. Il giovedí frequenta un laboratorio, extra-scolastico, di lettura (« Ho un po' insistito perché mi sembra non legga volentieri; all'inizio non era tanto d'accordo, ma ora gli piace, sa ?!»). Il venerdí va in piscina «... perché il pediatra mi ha detto che non fa abbastanza movimento». E il fine settimana lo passa nella casa di campagna («Sa dottore, Leo non vede l'ora di andarci! »).
Un rapido calcolo comprensivo di ore scolastiche e lezioni assegnategli ci lascia rapidamente intavedere l'orario settimanale in cui Leonardo è impegnato...!
Durante le attività scolatiche gli viene richiesta una prestazione di qualità: in termini di impegno, attenzione, partecipazione e lucidità di presenza.
Durante l'esecuzione dei compiti e la memorizzazione delle lezioni tale lucidità gli sarà ugualmente preziosa. In più, è chiaro che Leonardo dovrà concentrarsi al meglio per acquisire la tecnica del solfeggio e trasferirla sui brani e le arie suonate al piano. Negli scacchi, poi, inutile precisarlo: ragionamenti strategici e concentrazione attentiva devono essere al top. Anche il catechismo rischia di richiamarsi alle stesse esigenze attentive e mnemoniche della scuola. L'istruttore di nuoto difficilmente accetterà atteggiamenti superficiali e di stampo eccessivamente ludico e ricreativo...
Nessun adulto - e progressivamente condurró la madre di Leo a scoprirlo - sarebbe in grado  di sostenere tali ritmi! Ritmi ai quali vanno aggiunti l'impegno dell'organismo nella crescita (in una fase com'è quella pre-adolescenziale), la gestione delle relazioni interpersonali tra
coetanei e tra sè e le diverse discipline (siano esse sportive, spirituali o coreutiche) e tra sè e le relative figure professionali adulte che quelle attività veicolano.
Il tutto essendo sempre serio, concentrato, al massimo delle proprie possibilità...
La metabolizzazione dei vissuti risulta indispensabile ad una buona gestione dello stress, ad una crescita armonica, a relazioni sociali più mature e responsabili.
Allo stadio neonatale passiamo il tempo a scoprire il mondo che ci circonda. Capire i gesti che compiamo, scoprire e dominare progressivamente lo spazio circostante, imparare a livello psicomotorio, a questa età ci moblita (e stanca) fisicamente e psicologicamente. Questa è una delle ragioni per cui da neonati dormiamo tanto.
Durante il sonno, in questa fase, ci riposamo, ma assimiliamo e analizziamo anche le conoscenze e le scoperte sperimentate.
Allo stadio infantile dovremmo concederci - dunque concedere attualmente ai nostri figli, allievi, nipoti... - ugualmente questa opportunità attraverso un'igiene di vita cónsono, ma anche dei lassi di tempo che, richiamando l'otium latino, ci offrano pause feconde per metabolizzare i vissuti dando libero corso al nostro immaginario.
Sono questi i momenti in cui, per tornare alla fase evolutiva, il soggetto espelle catarticamente a mezzo di una fantasia non pre-fabbricata da altri i vissuti negativi impersonandosi in eroi ed eroine, maestri e genitori o in personaggi sorti dal nulla.
E' questo libero procedere della fantasía, un canale previlegiato per l'evacuazione degli stress quotidiani. Il tempo perso in camera, i giochi in famiglia, le liti tra fratelli e sorelle, i disegni e i
pelouches, i meccano e le bambole, le collezioni e le macchinine possono essere dei formidabili strumenti di auto-gestione dello stress.
Noi adulti, spesso anche educatori, genitori ed insegnanti, rischiamo di dimenticarlo. Con conseguenze complesse e rischiose per gli adulti di domani. Casi emblematici come Jennifer e Leonardo ci richiamano con commovente drammaticità alle nostre responsabilità. Forse anche insegnandoci qualcosa.

(*)
Per questioni di privacy passeró sotto silenzio le istituzioni e i contesti nei quali ho avuto modo di avvicinare e seguire i soggetti citati, i cui nomi sono stati opportunamente modificati. Non cosí l'età e il genere.


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permalink | inviato da Rossella Tedeschi il 20/4/2009 alle 23:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


20 marzo 2009

Pedagogia clinica in Basilicata

Si terrà a Matera, in data 22 marzo p.v., l'ASSEMBLEA REGIONALE dei Pedagogisti Clinici della Basilicata.
Attualmente la Sezione regionale dell'ANPEC, Associazione Nazionale Pedagogisti Clinici, conta in Basilicata 12 professionisti ai quali si aggiungono soltanto tre giovani in formazione.
Nonostante la crescita delle richieste d'intervento di aiuto pedagogico-clinico, la categoria risente della tendenza allo spopolamento di una regione che - alla resa dei fatti - risulta incapace nel trattenere e valorizzare  le energie più avanzate.
Nel corso degli ultimi anni un considerevole numero di pedagogisti clinici  ha preferito trasferirsi al Nord,  in cerca di quelle opportunità che l'ormai stantia realtà politico-istituzionale lucana non riesce, e forse neanche vuole, offrire al nuovo, alla dirompenza di una professione che altrove è ormai considerata l'espressione più evoluta  nel campo degli interventi educativi di aiuto alla persona.
Complessi e macchinosi, quanto inefficaci, sono risultati i rapporti con la Regione Basilicata, sia per i frequenti rimpasti politici che hanno  impedito la continuità dell'interlocuzione, sia per una sorta di indifferenza politica verso un'associazione professionale evidentemente non in grado, data l'esiguità numerica degli iscritti, di apparire significativa. La Regione si è mostrata sorda alla proposta di  alcune realizzazioni  che, a costo zero, avrebbero determinato l'attivazione  di un polo della Pedagogia clinica in Basilicata, con conseguente inserimento del territorio regionale nel circuito nazionale ed internazionale della formazione e della ricerca scientifica.
Un'occasione perduta, che però non impedisce ai pedagogisti clinici lucani  di proseguire con la dignità che contraddistingue sempre coloro che credono in ciò che fanno e che nulla hanno avuto o avranno mai da chiedere. 


16 febbraio 2008

LE STAGIONI DEL TEMPO

Il succedersi delle stagioni, come quello delle fasi della Luna, scandisce il ritmo della vita, con i suoi continui ricominciamenti.

Senza che ce ne accorgessimo, la complessità del nostro vivere quotidiano ci ha condotto da un tempo cosmico, fatto di armonia con i nostri ritmi interiori e con quelli dell'universo, ad un tempo cronometrico e artificiale che - con l'inesorabile scorrere delle ore - è diventato il nostro dittatore interno.

L'ordinamento temporale cosmico che abita le profondità del nostro essere desidera venire sempre più alla luce. E' così possibile dare un significato fluido ed armonioso ai giorni della nostra vita e gestire con vitale creatività le difficoltà ed i conflitti che l'attraversano.

"Le stagioni del tempo" è un percorso di formazione personale e professionale che prevede quattro incontri, a Bari.

Metodologia

E' un itinerario di formazione interattivo che, ripercorrendo le stagioni del tempo, si svolge attraverso l'utilizzazione di tecniche espressive che mobilitano esperienze, impegno, affetto, corporeità. E' possibile così aprire l'esistenza di ciascuno a nuovi orizzonti e nuove possibilità di vita personale e professionale. L'atmosfera del gruppo stimola il piacere della condivisione e della solidarietà, permette di sperimentare il valore del "camminare insieme", senza trascurare il contributo personale del singolo.

Obiettivi

L'esperienza è rivolta a tutti coloro che desiderano:

- "rivitalizzare" il proprio cammino di crescita personale e professionale;

- sviluppare e praticare modalità di comunicazione che permettono lo scambio costruttivo tra le persone;

- apprendere tecniche in grado di facilitare l'emergere di soluzioni creative per la gestione dei conflitti che attraversano il quotidiano;

- apprendere il linguaggio delle tecniche espressive adoperate (disegno onirico, tecniche drammatiche, movimento espressivo).

Conduttori

Maria Grazia Magazzino
è Pedagogista clinico, Avvocato, Mediatrice, Docente di Mediazione Relazionale, Inter-Art e Formazione Personale presso l'ISFAR Post-Università delle Professioni di Firenze, Vice Presidente e membro del Comitato Scientifico dell'Associazione Italiana Mediatori Relazionali.
E' psicodrammatista, allieva dei Proff. Alberto Bermolen e Maria Grazia Dal Porto della Scuola argentina di Psicodramma. Specializzata in tecniche espressive, è formatrice in disegno onirico.

Vincenzo Quadrato è ingegnere, Psicodrammatista anch'egli allievo dei  Proff. Alberto Bermolen e Maria Grazia Dal Porto della Scuola argentina di Psicodramma di Rojas Bermudez. E' specializzato in movimento espressivo e disegno onirico.


INFORMAZIONI

Il Seminario si terrà a Bari, in Via Sabotino n. 87
c/o Sorrentino.

sabato 1 marzo dalle ore 15.30 alle ore 20.00
domenica 2 marzo dalle ore 10.00 alle ore 18.30

sabato 5 aprile dalle ore 15.30 alle ore 20.00
domenica 6 aprile dalle ore 10.00 alle ore 18.30

Si riterrà iscritto chi avrà dato la sua adesione entro il 25 febbraio 2008.
 
Per iscriversi e per richiedere ulteriori informazioni, contattare la Segreteria Organizzativa:
Tel. 080 5019033 - 347 8553476
e-mail: lucia.capasso@tin.it



"... per quanto in alto ti possano portare i flutti della vita,
affidati ad essi e non dubitare dell'armonia dell'ordine delle cose..."

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